I pipistrelli hanno un problema di reputazione. Vengono descritti come portatori di malattie, come una minaccia da tenere lontana. La realtà è più complessa e, in un certo senso, più interessante. Questi animali convivono con oltre 60 virus zoonotici senza mai ammalarsi. Il vero pericolo comincia quando distruggiamo le foreste in cui vivono e li costringiamo ad avvicinarsi a noi.
La pandemia di COVID-19 ha reso evidente quanto velocemente un virus possa attraversare il pianeta. Non è stato un caso isolato: circa il 75% delle malattie infettive emergenti origina dal contatto con animali. Capire perché questo accade, e come prevenirlo, è il cuore dell’approccio One Health.
Cos’è l’approccio One Health
L’approccio One Health unisce medicina umana, medicina veterinaria e scienze ambientali in un unico sistema di sorveglianza. L’idea è semplice: la salute delle persone dipende da quella degli animali e dell’ambiente in cui vivono entrambi. Separare questi tre ambiti, come si è fatto per decenni, significa arrivare sempre in ritardo quando emerge una nuova malattia.
Il concetto non nasce a tavolino. Nasce dall’osservazione che le crisi sanitarie più gravi degli ultimi trent’anni condividono la stessa origine ambientale. Quando una foresta scompare, l’ecosistema che regolava naturalmente la diffusione dei patogeni collassa, e i virus trovano nuove strade verso l’uomo.
Uno studio pubblicato su Frontiers in Public Health ha analizzato la relazione tra perdita di copertura forestale ed epidemie zoonotiche a livello globale. Il legame resta forte anche tenendo conto della crescita della popolazione umana: la deforestazione, da sola, aumenta il rischio di focolai.
I quattro pilastri di un sistema One Health funzionante sono:
Il ruolo unico dei pipistrelli
I pipistrelli non sono una anomalia della natura. Rappresentano circa il 20% di tutte le specie di mammiferi esistenti, con oltre 1.400 specie diffuse su ogni continente tranne l’Antartide. Il volo ha richiesto adattamenti fisiologici estremi, e questi stessi adattamenti hanno reso il loro sistema immunitario straordinariamente tollerante ai virus.
Uno studio pubblicato su Nature nel 2021 spiega come 64 milioni di anni di evoluzione abbiano modellato il sistema immunitario dei pipistrelli verso un equilibrio insolito tra difesa e tolleranza. A differenza degli altri mammiferi, mantengono una risposta infiammatoria attenuata che permette loro di convivere con virus letali per l’uomo.
Il meccanismo ha una spiegazione concreta. Il volo genera uno stress ossidativo intenso, che danneggerebbe le cellule di qualsiasi altro mammifero. I pipistrelli hanno sviluppato meccanismi di riparazione del DNA e sistemi antiossidanti potenziati per gestirlo. Questi stessi adattamenti sembrano aiutarli a tollerare le infezioni virali, oltre a limitare lo sviluppo di tumori nonostante una vita relativamente lunga per il loro peso corporeo.
Tra i virus che ospitano senza conseguenze compaiono il virus della rabbia, i filovirus come Ebola e Marburg, gli henipavirus come Nipah, e coronavirus imparentati con SARS e COVID-19. Il problema non è la loro esistenza. È il contatto forzato con gli esseri umani, quando l’habitat naturale scompare.
Il virus Nipah: un caso concreto
L’epidemia di Nipah in Malesia, tra il 1998 e il 1999, mostra con chiarezza brutale come funziona questo meccanismo. Il virus, all’epoca sconosciuto, uccise 105 persone e costrinse le autorità ad abbattere oltre un milione di maiali. Le comunità agricole malesi ne pagarono un prezzo economico e sociale enorme.
I pipistrelli della frutta del genere Pteropus ospitano il virus in natura. Si nutrono di frutta, nettare e fiori in tutto il Sud-est asiatico. La deforestazione e l’espansione agricola distrussero il loro habitat forestale, spingendo animali affamati verso alberi di mango piantati accanto ad allevamenti intensivi di maiali. I pipistrelli contaminarono l’area con saliva e frutta parzialmente mangiata. I maiali si infettarono. Il virus passò poi agli allevatori attraverso il contatto diretto.
In Bangladesh la dinamica cambia, ma il risultato no. Le persone si infettano bevendo linfa di palma da dattero fresca, contaminata dai pipistrelli durante l’alimentazione notturna. Uno studio del 2020 pubblicato su PNAS ha seguito per sei anni le popolazioni di pipistrelli in Bangladesh, scoprendo che gli episodi sono legati a densità di popolazione, perdita di immunità nel tempo e recrudescenza virale. Il virus circola tutto l’anno, ma i casi umani si concentrano tra novembre e aprile, durante la stagione di raccolta.
I ricercatori stimano che circa la metà dei focolai di Nipah in Bangladesh tra il 2007 e il 2014 non sia mai stata segnalata ufficialmente. Il virus si diffonde più ampiamente di quanto la sorveglianza riesca a catturare, con una mortalità che oscilla tra il 40% e il 75% a seconda del focolaio.
Box informativo — Fattori critici di trasmissione del Nipah:
La deforestazione come motore di malattia
La distruzione delle foreste agisce come motore di emergenza infettiva attraverso più meccanismi collegati. Quando si abbatte una foresta tropicale per agricoltura o sfruttamento del legname, si elimina anche la biodiversità che regola naturalmente la trasmissione dei patogeni. Ecosistemi ricchi mantengono molte specie ospiti con diversa capacità di trasmettere una malattia: è quello che gli ecologi chiamano “effetto diluizione”.
In paesaggi semplificati e degradati, dominano invece le specie più adatte agli ambienti alterati dall’uomo. Roditori e alcuni pipistrelli prosperano negli habitat disturbati e mantengono cariche virali elevate. Man mano che le specie concorrenti scompaiono, il rischio si concentra su un numero minore di ospiti competenti.
La malaria offre uno degli esempi più documentati di questo legame. Uno studio del 2019 su 795 municipi dell’Amazzonia brasiliana, pubblicato su PNAS, ha rilevato che ogni aumento del 10% nella deforestazione produce un incremento del 3,3% nei casi di malaria. Le fasi iniziali del disboscamento hanno l’impatto maggiore, perché i margini della foresta creano l’habitat ideale per la riproduzione delle zanzare del genere Anopheles.
La febbre gialla in Brasile e in Kenya segue uno schema simile. Il virus circola normalmente tra primati che vivono nella volta della foresta, trasmesso da zanzare che si spostano negli strati più alti della vegetazione. Quando la deforestazione frammenta la foresta, questi vettori si adattano agli strati più bassi e agli ambienti vicini alle case, portando il ciclo di trasmissione a contatto con le persone.
Anche Ebola conferma il pattern. La maggior parte degli spillover verso l’uomo avviene nelle aree con il maggiore disturbo forestale, non necessariamente dove la densità di popolazione è più alta. L’epidemia dell’Africa occidentale del 2014-2016, che uccise oltre 11.000 persone, ebbe origine in regioni sottoposte a intenso sfruttamento forestale.
Il commercio globale di fauna selvatica aggrava ulteriormente il quadro. Uno studio quantitativo ha stimato che il 26,5% dei mammiferi coinvolti nel commercio di animali selvatici ospita il 75% dei virus zoonotici conosciuti, una proporzione molto più alta rispetto agli animali domestici o non commerciati. Primati, ungulati, carnivori e pipistrelli rappresentano i gruppi a rischio più elevato.
Il cambiamento climatico e le soluzioni concrete
Il cambiamento climatico amplifica ogni altro fattore di rischio già descritto. Temperature più alte permettono a vettori come zanzare e zecche di espandere il proprio areale verso zone prima inadatte. Inverni più miti nelle regioni temperate consentono una trasmissione tutto l’anno di malattie prima limitate ai mesi estivi.
Siccità e scarsità di cibo spingono la fauna selvatica a cercare risorse vicino agli insediamenti umani. I pipistrelli della frutta in Bangladesh e in India si spostano verso le piantagioni di palme da dattero proprio durante i periodi di stress climatico, aumentando il contatto con le persone che raccolgono la linfa.
Di fronte a questo quadro, la buona notizia è che esistono strategie concrete già testate sul campo. Il framework One Health generalizzabile prevede cinque fasi: coinvolgimento degli attori istituzionali, valutazione delle infrastrutture esistenti, pianificazione collaborativa tra settori, implementazione attraverso reti di laboratorio e sorveglianza, monitoraggio continuo dei risultati.
Le azioni pratiche più efficaci includono:
Programmi di questo tipo hanno già prevenuto focolai in diverse aree del Sud-est asiatico, dove la sorveglianza coordinata tra settore sanitario, veterinario e ambientale ha permesso di identificare segnali di allarme prima che si trasformassero in epidemie diffuse.
Cosa portarsi a casa
I pipistrelli non sono il nemico. Sono il risultato di 64 milioni di anni di evoluzione che ha prodotto un sistema immunitario capace di convivere con virus che ucciderebbero qualsiasi altro mammifero. Il problema comincia quando l’uomo distrugge l’habitat che li teneva a distanza dai centri abitati.
I dati raccontano una storia coerente in contesti diversissimi tra loro: Malesia, Bangladesh, Amazzonia brasiliana, Africa occidentale. Ogni volta che una foresta si frammenta, aumenta il contatto tra fauna selvatica e persone, e con esso il rischio di spillover.
L’approccio One Health non elimina questo rischio, ma lo rende gestibile. Richiede however una scelta politica precisa: investire nella prevenzione prima che scoppi la prossima crisi, invece di rincorrerla dopo. I costi di un sistema di sorveglianza integrato restano una frazione di quelli generati da una singola epidemia su scala regionale.
Riferimenti bibliografici
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