Ogni settimana, secondo le stime più citate sull’esposizione umana alla plastica, ingeriamo o respiriamo l’equivalente in peso di una carta di credito in microframmenti di plastica. Non è un dato che riguarda solo chi lavora vicino a materiali plastici o vive in una zona industriale: riguarda chiunque beva acqua in bottiglia, scaldi il cibo in un contenitore di plastica o respiri l’aria di una città. Negli ultimi anni, la ricerca ha iniziato a documentare dove finiscono davvero questi frammenti nel corpo umano, con risultati che meritano di essere raccontati con precisione, senza né minimizzare né esagerare quello che i dati mostrano. Due studi pubblicati tra il 2024 e il 2025, uno sul cervello e uno sul sistema cardiovascolare, offrono per la prima volta un quadro concreto, non più solo teorico, di cosa significhi vivere circondati da questo materiale.
Quanta plastica produciamo, e dove finisce
La produzione globale di plastica è passata da 2 milioni di tonnellate nel 1950 a circa 475 milioni di tonnellate nel 2022, un aumento di 250 volte in poco più di settant’anni. Metà di tutta la plastica mai prodotta nella storia è stata fabbricata dal 2010 in poi. Meno del 10% viene riciclato con successo: il resto finisce bruciato, sepolto in discarica, oppure si scompone in frammenti sempre più piccoli che si disperdono negli ecosistemi.
Questi frammenti entrano nel corpo umano attraverso tre vie principali. L’ingestione, tramite cibo e acqua contaminati, resta la più significativa: le stime indicano un consumo di circa 5 grammi di particelle di plastica a settimana, il peso di una carta di credito. L’inalazione rappresenta un’altra via importante, con microplastiche che si generano da tessuti sintetici, usura degli pneumatici e degradazione di oggetti di plastica nell’aria che respiriamo, soprattutto nelle aree urbane. L’assorbimento attraverso la pelle, infine, resta un campo di ricerca più recente: le particelle più piccole, sotto i 100 nanometri, sembrano penetrare più facilmente rispetto a quelle più grandi, che tendono a fermarsi sugli strati superficiali della cute.
Le stime più prudenti indicano che, entro il 2060, la produzione globale di plastica potrebbe raggiungere 1,2 miliardi di tonnellate annue, se le tendenze attuali proseguono senza correttivi. Circa 8 miliardi di tonnellate di rifiuti plastici già accumulati inquinano il pianeta, con altri 8-12 milioni di tonnellate che finiscono ogni anno negli oceani, dove si frammentano ulteriormente e rientrano nella catena alimentare attraverso pesci e frutti di mare.
Cosa succede quando la plastica entra negli organi
Nel 2025, un gruppo di ricercatori dell’Università del New Mexico ha pubblicato su Nature Medicine uno studio che ha analizzato tessuti di rene, fegato e cervello prelevati da persone decedute, usando tre metodi complementari di rilevamento, tra cui la piroli-gascromatografia abbinata alla spettrometria di massa. Il tessuto cerebrale conteneva una proporzione di polietilene più alta rispetto a fegato e reni, con frammenti descritti come scaglie su scala nanometrica, confermati tramite microscopia elettronica.
Un dato ha colpito i ricercatori più di altri: le concentrazioni di plastica nei tessuti analizzati non erano legate a età, sesso, etnia o causa di morte, ma al momento del decesso. I campioni del 2024 contenevano concentrazioni di plastica significativamente più alte rispetto a quelli del 2016, sia nel fegato sia nel cervello. Concentrazioni ancora più elevate sono state osservate in un gruppo di cervelli appartenenti a persone con diagnosi documentata di demenza, con depositi visibili nelle pareti dei vasi cerebrali e nelle cellule immunitarie.
È importante essere precisi su cosa questo dato dimostri e cosa no. Lo studio descrive una correlazione tra concentrazioni più alte di plastica e diagnosi di demenza, non una relazione di causa ed effetto. Gli stessi autori sottolineano la necessità di ricerche più ampie prima di trarre conclusioni definitive su un possibile ruolo causale. Il campione di cervelli con demenza analizzato, inoltre, era relativamente piccolo, un limite che gli stessi ricercatori riconoscono apertamente nel loro lavoro.
Studi indipendenti hanno già rilevato tracce di microplastiche anche nel bulbo olfattivo umano, nel sangue e nella placenta, un quadro che, pur senza dimostrare ancora un nesso causale con specifiche malattie, conferma che queste particelle riescono ad attraversare barriere biologiche un tempo considerate quasi impenetrabili, inclusa quella emato-encefalica che protegge il tessuto neurale.
Il legame con le malattie cardiovascolari
Il sistema cardiovascolare è stato oggetto dello studio più solido pubblicato finora su questo tema. Nel 2024, il New England Journal of Medicine ha pubblicato una ricerca prospettica multicentrica su pazienti sottoposti a endoarteriectomia carotidea per una stenosi asintomatica dell’arteria carotide. Gli autori hanno analizzato il tessuto della placca aterosclerotica rimossa chirurgicamente, cercando tracce di microplastiche e nanoplastiche con tecniche di spettrometria di massa e microscopia elettronica.
Più della metà dei campioni di placca conteneva particelle di plastica rilevabili. I pazienti la cui placca conteneva microplastiche hanno mostrato, nel corso di un follow-up mediano di 34 mesi, un rischio 4,5 volte più alto di infarto, ictus o morte per qualsiasi causa rispetto ai pazienti la cui placca non ne conteneva. Le placche con plastica presentavano anche livelli più alti di marcatori infiammatori come l’interleuchina-18 e la proteina C-reattiva.
Gli studi sperimentali su modelli animali offrono un possibile meccanismo per questa associazione. Topi maschi esposti a dosi di microplastiche paragonabili a quelle ambientali hanno sviluppato il 63% in più di placca nella radice aortica, senza variazioni di peso corporeo o di colesterolo. Le microplastiche sembrano promuovere stress ossidativo, infiammazione e disfunzione delle cellule che rivestono i vasi sanguigni, un meccanismo coerente con quanto osservato nei pazienti umani.
Ricerche più recenti hanno anche misurato livelli più alti di nanoplastiche di polistirene circolanti nel sangue di pazienti con malattia coronarica, rispetto a soggetti sani di controllo. Questi livelli più alti si accompagnavano a marcatori di disfunzione endoteliale e a citochine pro-trombotiche più elevate, un quadro coerente con l’idea che le microplastiche non restino confinate al punto di accumulo, ma circolino nell’organismo interagendo con più sistemi contemporaneamente.
I 16.000 composti chimici nascosti nella plastica
La plastica non è un materiale chimicamente inerte. Contiene più di 16.000 sostanze chimiche diverse, molte delle quali non sono legate stabilmente alla struttura del polimero e continuano a rilasciarsi in tutto ciò che toccano, che sia cibo, acqua potabile o aria. Una revisione sistematica ha stimato che circa il 40% delle oltre 3.600 sostanze chimiche testate migra effettivamente negli alimenti in condizioni normali di utilizzo. Temperatura, tempo di contatto, contenuto di grassi e acidità aumentano tutti la velocità di questo trasferimento: scaldare cibo in un contenitore di plastica, o conservarci un sugo di pomodoro, accelera il passaggio di queste sostanze nel cibo che poi mangiamo.
Tra le sostanze più studiate figurano i bisfenoli, che interferiscono con la funzione ormonale, gli ftalati, collegati a problemi di fertilità e allo sviluppo sessuale nei bambini, i ritardanti di fiamma bromurati, che si accumulano nei tessuti per anni, e i composti PFAS, soprannominati “sostanze chimiche eterne” per la loro resistenza quasi totale alla degradazione. Queste sostanze compaiono ormai nella quasi totalità delle persone sottoposte ad analisi del sangue o delle urine, neonati compresi, che ricevono un primo trasferimento chimico già durante la gravidanza.
L’esposizione prenatale merita un’attenzione particolare: nelle donne in gravidanza, è stata associata a un rischio più alto di aborto spontaneo, parto pretermine, basso peso alla nascita e difetti degli organi riproduttivi, con un meccanismo legato all’interferenza di queste sostanze sui segnali ormonali necessari allo sviluppo del feto. Nei bambini, l’esposizione è stata collegata a tassi più alti di asma, obesità e diabete di tipo 2, mentre negli adulti la letteratura scientifica associa l’esposizione cronica a un rischio più alto di malattie cardiovascolari, riduzione della fertilità e alterazioni del microbiota intestinale.
L’impatto economico stimato di questa esposizione è considerevole. Un’analisi condotta su 38 paesi ha calcolato che solo tre sostanze chimiche derivate dalla plastica hanno causato, nel 2015, costi sanitari per 1.500 miliardi di dollari a livello globale. Negli Stati Uniti, queste tre sostanze da sole sono state collegate a 237.000 decessi per malattie cardiache, 194.000 per ictus e alla perdita stimata di 11,7 milioni di punti di quoziente intellettivo nei bambini nati quell’anno. Si tratta di una stima parziale, che considera solo tre sostanze su oltre 16.000 e solo una parte della popolazione mondiale.
Cosa si può fare, davvero
Ridurre l’esposizione personale alle microplastiche parte da scelte concrete e verificabili. Sostituire i contenitori di plastica con vetro o acciaio inossidabile riduce il contatto diretto con il cibo. Evitare di scaldare alimenti in contenitori di plastica, o di avvolgerli con pellicola trasparente durante la cottura al microonde, limita il trasferimento di sostanze chimiche proprio nel momento in cui è più rapido. Conservare alimenti acidi, come sughi e conserve, in vetro piuttosto che in plastica riduce ulteriormente la migrazione chimica.
Privilegiare cibi freschi rispetto a quelli confezionati riduce il tempo di contatto prolungato con materiali plastici. Filtrare l’acqua potabile con sistemi certificati per la rimozione delle microplastiche, e sostituire le bottiglie di plastica con contenitori riutilizzabili in acciaio o vetro, agisce su una delle vie di esposizione più dirette. Anche i tessuti sintetici contribuiscono: preferire fibre naturali come cotone, lana, lino o seta riduce il rilascio di microfibre plastiche durante il lavaggio, una fonte di contaminazione delle acque spesso sottovalutata.
Le scelte individuali, però, non bastano da sole. Nel marzo 2022, gli stati membri delle Nazioni Unite hanno concordato all’unanimità di sviluppare un trattato globale giuridicamente vincolante sulla plastica, che copra l’intero ciclo di vita del materiale, dalla produzione allo smaltimento. Più di 100 paesi sostengono oggi l’idea di fissare obiettivi globali per ridurre la produzione di plastica a livelli sostenibili e di eliminare gradualmente i prodotti e le sostanze chimiche più dannose. Storie precedenti, come l’eliminazione del piombo dalla benzina o il successo del Protocollo di Montreal nel proteggere lo strato di ozono, mostrano che interventi politici guidati dalla scienza possono affrontare con efficacia minacce ambientali di questa portata, quando sostenuti da dati solidi e consapevolezza pubblica.
Restano comunque lacune scientifiche importanti da colmare. Le tecniche standardizzate per identificare e quantificare le microplastiche sono ancora in fase di sviluppo, e le nanoplastiche, più difficili da rilevare, potrebbero causare danni cellulari maggiori proprio per la loro capacità di penetrare più in profondità nei tessuti. Gli studi randomizzati controllati, che permetterebbero di stabilire un nesso di causalità più solido, non sono eticamente realizzabili su questo tema: nessuno può essere deliberatamente esposto a sostanze potenzialmente dannose per verificarne gli effetti. Per questo motivo, le evidenze attuali restano soprattutto osservazionali, solide ma non ancora definitive su ogni singolo meccanismo.
Conclusione
I dati raccolti finora, dallo studio sulla contaminazione cerebrale a quello sulla placca carotidea, documentano una presenza diffusa di plastica nei tessuti umani e una correlazione con esiti di salute peggiori, in particolare a livello cardiovascolare. Restano aperte domande importanti sulla causalità diretta, che la ricerca dei prossimi anni dovrà chiarire con studi più ampi e metodi di misurazione più standardizzati.
Nel frattempo, le scelte quotidiane, dai contenitori che usiamo per il cibo ai tessuti che indossiamo, restano l’unica leva immediatamente disponibile per ridurre l’esposizione personale, mentre le politiche su scala globale, come il trattato in negoziazione alle Nazioni Unite, agiscono sulla causa a monte del problema: la quantità di plastica che produciamo ogni anno, in costante aumento dal 1950.
Nessuno dei due livelli, individuale o politico, sostituisce l’altro. Cambiare i propri contenitori per il cibo non riduce la produzione globale di plastica, così come un trattato internazionale non elimina l’esposizione quotidiana già accumulata nei tessuti di miliardi di persone. Entrambe le leve, usate insieme, restano l’approccio più coerente con quello che la scienza, con i suoi limiti attuali, ha già documentato con sufficiente solidità.
Riferimenti bibliografici
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