Marco aveva 32 anni la prima volta che il gomito lo ha fermato a metà colpo. Nessuna caduta, nessuno scontro. Sentiva un dolore sordo sul lato esterno del braccio, e cresceva da settimane. Lo ha ignorato per tre tornei. Poi un rovescio gli ha fatto cadere la racchetta di mano. Pensava che il dolore sarebbe passato da solo. Sei mesi dopo modificava ancora l’impugnatura per evitarlo.
La sua storia è così comune che la medicina dello sport le ha dato un nome: gomito del tennista. Il tennis ha fama di sport tranquillo, senza contatto fisico. Per i tendini e le articolazioni che assorbono migliaia di colpi a stagione, questa fama regge meno di quanto sembri. Le revisioni sistematiche più recenti mostrano dove ricade davvero il costo fisico di questo sport e quali colpi creano più stress. Mostrano anche quali cambiamenti specifici riducono il rischio, e questa parte mi ha sorpreso più dei numeri sugli infortuni.
Nel tennis gli infortuni gravissimi sono rari. Quelli da sovraccarico sono un’altra storia. Una revisione sistematica del 2025 pubblicata sulla rivista Sports ha analizzato 37 studi su giocatori giovani e adulti di alto livello. La prevalenza stagionale degli infortuni arrivava al 46-54% nei giovani e al 30-54% nei professionisti. In parole semplici, circa un giocatore serio su due si infortuna abbastanza da perdere allenamenti o partite nel corso di una sola stagione.
L’incidenza cambiava molto da uno studio all’altro. Nei giovani si contavano da 2,1 a 3,5 infortuni ogni 1.000 ore di gioco. Negli adulti si andava da 1,25 fino a 56,6 infortuni ogni 1.000 ore. Una forbice così ampia dipende dall’intensità di gioco, dalla superficie e dal livello agonistico.
Che cos’è un infortunio da sovraccarico? È un danno che nasce lentamente dalla ripetizione, non da un singolo evento. Un tendine, un’articolazione o un osso ricevono lo stesso stress così spesso che la riparazione resta indietro. Il dolore di solito all’inizio è lieve, compare dopo il gioco e sparisce entro il giorno dopo. Nelle settimane successive arriva prima e dura di più. Proprio questo esordio lento spiega perché tanti giocatori continuano a giocare.
Dove colpiscono gli infortuni nei giocatori di alto livello, secondo la revisione del 2025:
I giovani agonisti seguono uno schema tutto loro. La letteratura ortopedica riporta una stima secondo cui circa il 12% dei giovani d’élite tra gli 11 e i 14 anni sviluppa un infortunio da sovraccarico ogni settimana durante i periodi di allenamento intenso. Sono corpi ancora in crescita, e assorbono una grande quantità di carico ripetuto. Un’altra revisione dedicata ai giovani d’élite ha consultato cinque banche dati e vagliato oltre 4.000 risultati. Solo cinque studi rispettavano criteri rigorosi per individuare veri fattori di rischio. Questo vuoto mi preoccupa, perché i giovani sono proprio il gruppo che ha più bisogno di dati affidabili. Ne parlo più in generale nel mio articolo sui programmi di prevenzione degli infortuni negli sport giovanili.
Una revisione comparativa del 2025 su padel, tennis e squash aggiunge un contesto utile. I tennisti si infortunavano più spesso a schiena, caviglia e ginocchio rispetto agli altri due sport. Chi gioca a padel si faceva male a spalla, caviglia e ginocchio. Nello squash gli infortuni si concentravano su caviglia e ginocchio. Le differenze nascono dal modo in cui ogni sport carica il corpo. Il tennis unisce scambi lunghi, grandi spostamenti laterali e un servizio dall’alto che padel e squash non richiedono allo stesso modo.
Entrambe le revisioni concordano su un punto. Gli infortuni nel tennis raramente nascono da un passo sbagliato o da un incidente isolato. Si costruiscono piano piano, colpo dopo colpo, migliaia di volte a stagione.
Se gli infortuni nel tennis hanno un filo comune, è il servizio. Una revisione pubblicata sul Journal of the American Academy of Orthopaedic Surgeons riporta che il servizio rappresenta dal 45 al 60% dei colpi in un game al servizio a livello professionistico. Parliamo di circa 43 servizi per set. È anche il gesto più violento dello sport. La forza parte dalle gambe e attraversa il tronco. Finisce con il braccio che frena a velocità altissima, e spalla e gomito assorbono quella frenata.
Una metanalisi del 2025 pubblicata su Advances in Rehabilitation Science and Practice ha studiato questo colpo nel dettaglio. I ricercatori hanno esaminato 29 studi e trovato 130 fattori di rischio legati agli infortuni da servizio. Di questi, 36 avevano un effetto abbastanza grande da essere statisticamente rilevante. I predittori più forti erano la forza di rotazione della spalla dominante, l’ampiezza della rotazione interna, il volume settimanale di gioco, l’età, la massa corporea e l’altezza.
La rotazione interna merita uno sguardo più attento. È la capacità di ruotare il braccio verso l’interno a livello della spalla, e anni di servizi spesso la riducono. Quando diminuisce, la spalla sposta lo stress sulla cuffia dei rotatori e sul labbro glenoideo, l’anello di cartilagine che circonda la cavità articolare. Un problema collegato è la discinesia scapolare, cioè un movimento anomalo della scapola durante il gesto dall’alto. Ricerche precedenti l’hanno associata a un rischio più alto del 43% di dolore futuro alla spalla negli atleti che usano il braccio sopra la testa. Il dato valeva anche per chi non aveva sintomi al momento del test.
Facciamo un esempio pratico. Immagina due giocatori di circolo con lo stesso identico servizio. Il primo gioca tre sessioni tranquille a settimana, tutte le settimane. Il secondo gioca una volta a settimana per un mese, poi si iscrive a due tornei in due weekend di fila. La tecnica è la stessa. Il rischio per la spalla no, perché il secondo ha caricato l’articolazione molto più in fretta di quanto potesse adattarsi.
Un secondo esempio arriva dall’interno di una singola partita. Chi serve bene nel primo set, al terzo spesso comincia a “tirare di braccio”. Le gambe sono stanche e il braccio lavora di più. Dagli spalti il servizio sembra quasi uguale, ma ora la spalla porta un carico che prima reggevano le gambe. Il volume settimanale e la stanchezza contano già da soli, e la velocità con cui il volume cresce si è rivelata ancora più importante.
Epicondilite laterale è il nome medico del gomito del tennista. Una metanalisi del 2023 sui suoi fattori di rischio ha rilevato che colpisce circa l’1% degli adulti, con un picco tra i 35 e i 55 anni. Tra i tennisti, l’incidenza nell’arco della vita sportiva è stimata tra il 40 e il 50%.
Il meccanismo è semplice, se lo si immagina. I muscoli dell’avambraccio che estendono il polso si attaccano a una sporgenza ossea sul lato esterno del gomito, l’epicondilo laterale, tramite un unico tendine. Ogni rovescio e ogni dritto colpito fuori centro scaricano forza su quel tendine. Ripetuti migliaia di volte, piccoli danni si accumulano più in fretta di quanto il tendine riesca a ripararli. Oggi i ricercatori descrivono questo processo come degenerativo più che come una semplice infiammazione.
I primi segnali sono facili da trascurare. Il dolore si trova sul lato esterno del gomito e spesso si allarga all’avambraccio. Peggiora quando si stringe un oggetto, si solleva una tazzina di caffè piena o si gira una maniglia. Molti giocatori lo notano prima fuori dal campo, al lavoro o a casa, e solo più tardi durante una partita.
Una revisione sistematica sui fattori di rischio degli infortuni all’arto superiore nel tennis, pubblicata sull’International Journal of Environmental Research and Public Health, ha rilevato che l’arto superiore rappresenta il 28% degli infortuni negli uomini adulti e il 23% nelle donne adulte. In questo gruppo la spalla era la sede colpita più spesso. Gli autori hanno elencato diversi fattori, tra cui la lunga esposizione al tennis, la discinesia scapolare, l’affaticamento muscolare, il livello di gioco e la tecnica dei colpi. Hanno anche precisato che gli infortuni nel tennis raramente hanno una sola causa.
Tre fattori pratici cambiano direttamente il carico sul gomito:
Nessuno di questi fattori agisce da solo. Un giocatore con manico piccolo, corde tese e rovescio incostante somma il rischio di tutti e tre insieme. Per questo il controllo dell’attrezzatura compare così spesso negli studi sulla prevenzione.
Il trattamento segue la stessa logica della prevenzione. Nella letteratura sulle terapie, i programmi di esercizio basati sul carico eccentrico degli estensori del polso funzionano meglio, nel lungo periodo, del solo riposo o del solo tutore. Carico eccentrico significa che il muscolo lavora mentre si allunga, come quando si abbassa un peso lentamente. Per i casi più ostinati si studiano anche le terapie infiltrative. Ho analizzato queste evidenze in un articolo dedicato al plasma ricco di piastrine negli infortuni sportivi e nei danni ai tendini.
Il gomito del tennista attira quasi tutta l’attenzione del pubblico. I dati epidemiologici, però, mostrano che spalla e arti inferiori portano un peso complessivo maggiore. Nella revisione del 2025 sui giocatori di alto livello, gli infortuni all’arto inferiore erano circa la metà del totale, sia nei giovani sia negli adulti.
Il sovraccarico della spalla funziona in modo diverso da un infortunio improvviso. Il servizio e i colpi dall’alto portano la spalla in posizioni estreme, di continuo. Tendini e muscoli stabilizzatori intorno all’articolazione accumulano quello che i ricercatori chiamano microtrauma cumulativo: piccolissimi danni che si sommano. Una revisione clinica sulla valutazione della spalla nei tennisti ha osservato che una partita lunga riduce in modo misurabile la rotazione interna subito dopo. Una sola partita lunga produce un cambiamento temporaneo. Ripetuto per una stagione, lo stesso cambiamento può diventare un problema stabile.
Il predittore esterno più forte nella revisione del 2025 non era il volume totale di gioco. Era la velocità con cui quel volume aumentava.
I ricercatori l’hanno misurato con il rapporto tra carico acuto e cronico. Confronta l’ultima settimana di allenamento con la media delle quattro settimane precedenti. Quando il rapporto superava 1,3 nei giovani, o 1,5 negli adulti, il rischio di infortunio cresceva in modo sostanziale. Detto in modo semplice, chi si allena con costanza a volume alto corre meno rischi di chi raddoppia all’improvviso le ore dopo un periodo tranquillo. Questo valeva anche quando il totale delle ore alla fine era simile.
Ecco come funzionano i numeri nella pratica. Un ragazzo si allena in media 10 ore a settimana da un mese. Se la settimana successiva arriva a 13 ore, il rapporto tocca 1,3, la soglia oltre la quale il rischio nei giovani iniziava a salire. Un adulto che gioca in media 8 ore e passa di colpo a 12 arriva a 1,5. Nessuno dei due salti sembra enorme sulla carta. I dati dicono che bastano entrambi.
I fattori interni si aggiungono a questo rischio esterno. La revisione del 2025 ne ha trovati tre in modo ricorrente:
Il core conta più di quanto molti giocatori pensino. Durante il servizio il tronco trasferisce la forza dalle gambe al braccio. Quando il controllo del tronco è debole, spalla e zona lombare compensano. Il legame con la schiena bassa è noto anche fuori dallo sport, come spiego nel mio articolo su controllo muscolare e mal di schiena cronico.
Anche la stanchezza ha un ruolo documentato. Una revisione sistematica con metanalisi su 18 studi e 318 tennisti è partita da 642 articoli trovati in tre banche dati. Negli studi inclusi, la stanchezza modificava lattato nel sangue e frequenza cardiaca. Riduceva forza esplosiva e velocità. Abbassava anche la velocità e la precisione dei colpi. Un giocatore stanco non gioca semplicemente peggio. Il suo movimento cambia, spesso verso schemi che caricano di più spalla e gambe. Succede nei terzi set, negli scambi lunghi e nei giorni consecutivi di torneo, proprio quando il carico accumulato ha già alzato il rischio.
Anche la superficie ha un peso, anche se il suo effetto varia più di quello del carico. Una revisione sistematica sulle superfici del tennis ha rilevato che l’incidenza degli infortuni cambia a seconda del campo. La terra rossa permette di scivolare sulle palle larghe, e questo può ridurre l’impatto su ginocchio e caviglia rispetto agli arresti bruschi del cemento. A sua volta, però, la terra impegna di più anca e inguine. L’erba cambia appoggio e tempi di reazione quanto basta per modificare ancora lo schema. Nessuna superficie risulta più sicura in assoluto. Gli autori consigliano di valutare la superficie insieme al carico di allenamento, non come fattore a sé.
La notizia migliore di questa ricerca riguarda la prevenzione. La revisione del 2025 ha individuato tre strategie con risultati misurati. Provengono da studi guidati da fisioterapisti inclusi nell’analisi.
1. Controllare il carico esterno. Periodi strutturati di quattro settimane fanno crescere il volume gradualmente, senza salti. Hanno ridotto gli infortuni fino al 21%. Questo intervento colpisce direttamente il problema del rapporto di carico. Chi aumenta il volume per tappe programmate evita i picchi settimanali che i dati indicano come il fattore di rischio più forte.
2. Allenare la catena cinetica. La catena cinetica è la sequenza di segmenti del corpo che trasmettono la forza dal terreno alla racchetta. I programmi che univano esercizi per il core ed esercizi eccentrici per la cuffia dei rotatori hanno ridotto gli infortuni da sovraccarico del 26%. Hanno anche conservato la mobilità della spalla per tutta la stagione agonistica. Il lavoro eccentrico si adatta bene ai tendini. Migliora la capacità del tessuto di assorbire il carico ripetuto che provoca il gomito del tennista e i problemi della cuffia dei rotatori.
3. Correggere tecnica e attrezzatura. Adattare la misura del manico alla mano e allo stile di gioco ha circa dimezzato i casi di epicondilalgia laterale, il termine più ampio per il dolore al tendine del gomito. Anche regolare i tempi del servizio ha aiutato. Una migliore coordinazione tra spinta delle gambe, rotazione del tronco e accelerazione del braccio ha ridotto il carico torsionale misurato sulla spalla.
Niente di tutto questo richiede attrezzature costose o uno staff professionale. Ecco come appare nella vita reale:
Monitorare il carico non deve essere complicato. Alcune squadre professionistiche usano sensori indossabili e modelli predittivi per segnalare le settimane a rischio prima che arrivi l’infortunio, un tema che ho affrontato nel mio articolo sul machine learning che prevede gli infortuni sportivi. Per un giocatore di circolo, un semplice diario di allenamento copre gran parte dello stesso lavoro.
Questi passi piccoli e precisi funzionano meglio di consigli vaghi come “gioca con la testa” o “ascolta il tuo corpo”. Colpiscono esattamente i meccanismi indicati dai dati: picchi di carico, perdita di rotazione della spalla e sovraccarico dei tendini.
Le evidenze hanno comunque dei limiti, e credo sia giusto dirlo. La revisione del 2025 ha valutato la qualità delle prove con il sistema GRADE, un metodo standard per stabilire quanta fiducia merita un risultato. Ha trovato grandi differenze tra gli studi nel modo di definire gli infortuni, di classificarne la gravità e di misurare i risultati. Per questo gli autori non hanno potuto unire tutti i dati in un’unica metanalisi formale. I singoli risultati su carico, preparazione fisica e attrezzatura restano validi, perché ciascuno viene da studi costruiti per testare proprio quell’intervento. Il settore ha però bisogno di dati più uniformi, come ha fatto notare la revisione sui giovani quando solo cinque studi su oltre 4.000 hanno superato la selezione.
Promemoria rapido per giocatori e allenatori
Lo schema che emerge da questa ricerca è coerente. Gli infortuni nel tennis nascono soprattutto dal sovraccarico, non dagli incidenti. Il servizio genera gran parte del carico su spalla e gomito. Il gomito del tennista colpisce dal 40 al 50% dei giocatori nell’arco della vita sportiva. Il predittore più forte di infortunio è un aumento improvviso del carico di allenamento, non il numero totale di ore.
Gli stessi dati indicano soluzioni alla portata di tutti. Un aumento graduale in quattro settimane ha ridotto gli infortuni fino al 21%. Il lavoro su core e cuffia dei rotatori ha ridotto gli infortuni da sovraccarico del 26%. Un manico della misura giusta ha circa dimezzato il dolore al gomito. Chi ha tra i 35 e i 55 anni merita un’attenzione in più, perché è la fascia d’età in cui il gomito del tennista raggiunge il picco nella popolazione generale.
Il gomito di Marco è guarito. Ci sono voluti un manico più grande, esercizi eccentrici per l’avambraccio e sei settimane di rientro graduale invece di un ritorno immediato ai tornei. Il suo caso non era un’eccezione. Ha seguito esattamente il percorso descritto dalla ricerca: sovraccarico progressivo, un meccanismo prevenibile e un recupero basato sugli stessi principi che avrebbero potuto evitare l’infortunio.
Se giochi con regolarità, parti dal passo più semplice già questa settimana. Annota le tue ore in campo. Un salto di oltre il 30-50% da una settimana all’altra è il numero da tenere d’occhio.
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