Meno persone sulla Terra dovrebbero significare meno emissioni. È un ragionamento che sembra quasi matematico, e che sta guadagnando spazio nel dibattito pubblico man mano che sempre più paesi vedono la propria popolazione stabilizzarsi o iniziare a diminuire. I dati raccontano però una storia diversa. Una serie di studi recenti, che vanno da analisi su oltre mille regioni europee a sondaggi tra demografi, a ricerche storiche su clima e conflitti, mostra che il legame tra numero di abitanti ed emissioni di gas serra è molto meno diretto di quanto sembri. Capire perché aiuta a capire dove concentrare davvero gli sforzi, invece di puntare su una soluzione che sembra semplice ma che i numeri, esaminati da vicino, non confermano.
Il mito della decrescita demografica che risolve tutto
Un’analisi che ha esaminato 1.062 regioni in 22 paesi europei, tra il 1990 e il 2006, ha misurato l’effetto della crescita della popolazione sulle emissioni di CO2 e sull’espansione del suolo urbano. Lo studio ha usato modelli a pannello, tecniche di econometria spaziale e metodi di abbinamento statistico per isolare l’effetto della popolazione da altri fattori, confrontando regioni con crescita demografica alta a regioni simili con crescita più bassa.
Il risultato conferma che la crescita della popolazione aumenta le emissioni e l’espansione urbana, ma la dimensione di questo effetto dipende molto dal modello di sviluppo già presente in ciascuna regione. In altre parole, il numero di abitanti conta, ma conta meno delle abitudini di consumo di quegli stessi abitanti.
Un’altra ricerca, pubblicata nel 2021, ha stimato che l’invecchiamento della popolazione nei paesi ad alto reddito potrebbe ridurre le emissioni fino al 20% nel lungo periodo, attraverso una minore produttività del lavoro che rallenta la crescita economica. Sembra una buona notizia, ma il dato va letto fino in fondo: quel 20% arriva dopo decenni, e resta comunque lontano dalla riduzione necessaria per rispettare gli obiettivi dell’accordo di Parigi.
Le proiezioni più aggiornate confermano questo scarto. Un calo del 10% della popolazione nei paesi ad alto reddito entro il 2050 produrrebbe solo circa un quarto delle riduzioni di emissioni necessarie nello stesso periodo. Il restante 75% dovrebbe arrivare da qualcos’altro: energia, tecnologia, modelli economici.
Lo studio sulle regioni europee ha anche individuato un effetto particolare nelle zone già molto urbanizzate: la crescita della popolazione in quelle aree genera più espansione urbana rispetto a zone meno sviluppate, un fenomeno che i ricercatori descrivono come un effetto a cascata, in cui lo sviluppo esistente attira altro sviluppo. Anche questo pattern, però, varia da regione a regione in base alle infrastrutture già presenti e alle politiche urbanistiche locali, non segue una regola fissa legata al solo numero di abitanti.
Un sondaggio condotto nel 2000 su 12 paesi europei aveva mostrato che solo l’8% delle persone interpellate desiderava una diminuzione della popolazione del proprio paese, contro il 49% che ne preferiva un aumento. Vent’anni dopo, l’Unione Europea si è posta l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 del 20% e di azzerare il consumo netto di nuovo suolo urbano entro il 2050, creando una tensione evidente tra le preferenze demografiche della popolazione e gli obiettivi ambientali dei governi.
Chi emette davvero
Se non è il numero di persone a determinare le emissioni, cosa conta davvero? La risposta emerge con chiarezza dai dati sulla distribuzione globale delle emissioni.
Il 50% più povero della popolazione mondiale contribuisce solo all’11,5% delle emissioni di gas serra. Il 10% più ricco, invece, ne genera quasi la metà. Due persone, quindi, non pesano allo stesso modo sul clima: dipende da dove vivono e da come vivono, non da quante altre persone condividono il pianeta con loro.
I paesi ad alto reddito, anche quando la loro popolazione è stabile o in calo, mantengono emissioni pro capite tra 6 e 10 volte superiori rispetto ai paesi a basso reddito che invece continuano a crescere demograficamente. L’Africa, tra il 1990 e il 2021, ha visto la propria popolazione crescere del 40%, mentre le emissioni di CO2 del continente sono aumentate di meno del 5%. Una crescita demografica enorme, quindi, non si è tradotta in un aumento proporzionale delle emissioni.
Un modo semplice per riassumere questa relazione è l’equazione IPAT: l’impatto ambientale è il prodotto tra popolazione, ricchezza e tecnologia. La popolazione è solo uno dei tre fattori, e spesso non è nemmeno quello che pesa di più. Un paese con popolazione stabile ma consumi crescenti può avere un impatto peggiore di un paese in forte crescita demografica ma con consumi contenuti.
Questo schema aiuta a spiegare perché due paesi con lo stesso numero di abitanti possano avere impronte ambientali completamente diverse. La ricchezza media determina quanto ogni persona consuma, e la tecnologia determina quanta energia e quante risorse servono per produrre e consumare quei beni. Cambiare uno solo di questi tre fattori, lasciando fermi gli altri due, produce un effetto limitato sul totale.
Pensiamo a due scenari. Nel primo, un paese riduce la propria popolazione del 10% ma i consumi pro capite restano invariati: le emissioni totali scendono di circa il 10%, in proporzione diretta. Nel secondo scenario, la popolazione resta stabile ma la tecnologia migliora l’efficienza energetica del 30%: le emissioni scendono molto di più, senza che nessuno abbia dovuto rinunciare a una vita più lunga o a una famiglia più numerosa. Il secondo intervento, quasi sempre, è quello con il margine di miglioramento più ampio nei paesi ad alto reddito, proprio perché partono da livelli di consumo già alti.
Cosa pensano davvero i demografi
Se anche gli esperti che studiano la popolazione per mestiere fossero convinti che ridurre le nascite sia la soluzione al cambiamento climatico, il ragionamento avrebbe più peso. Un sondaggio condotto tra febbraio e aprile 2020 tra i demografi europei mostra però qualcosa di diverso.
Il cambiamento climatico risulta la preoccupazione principale per la maggioranza dei demografi intervistati, più di due terzi si dicono molto o estremamente preoccupati. Ma quando si passa dalle preoccupazioni alle soluzioni, il quadro cambia: i temi demografici classici, come la bassa natalità o il declino della popolazione, si collocano in fondo alla loro lista di priorità.
Gli stessi demografi, interrogati direttamente, restano divisi sulla domanda se ridurre la popolazione mondiale aiuterebbe davvero a diminuire le emissioni, e sull’efficacia della pianificazione familiare come strumento di politica climatica. Non è un dettaglio da poco: chi conosce meglio di chiunque altro le dinamiche demografiche non considera la riduzione della popolazione una leva prioritaria contro il riscaldamento globale.
Il sondaggio, condotto dall’istituto demografico interdisciplinare olandese tra i membri dell’Associazione Europea per gli Studi sulla Popolazione, ha raccolto le risposte di 220 ricercatori su un totale di 737 membri contattati, un tasso di partecipazione del 30%, in linea con altri sondaggi rivolti a specialisti. Il quadro che emerge non è quello di un gruppo compatto attorno a una tesi comune, ma di una comunità scientifica che riconosce la gravità del problema climatico senza per questo considerare la demografia lo strumento giusto per affrontarlo.
Questo scollamento tra preoccupazione e soluzione proposta è, di per sé, un dato interessante. Succede spesso, in altri campi della scienza, che chi studia un fenomeno da vicino sviluppi una visione più sfumata rispetto al dibattito pubblico che lo circonda. Nel caso della demografia e del clima, gli esperti sembrano dire una cosa precisa: il problema è reale e urgente, ma la soluzione più intuitiva, ridurre il numero di persone, non è quella più efficace.
Il legame storico tra clima e popolazione
La relazione tra clima e popolazione non è nuova, e non va sempre nella direzione che si potrebbe immaginare. Una ricerca che ha usato dati paleoclimatici ad alta risoluzione ha analizzato l’epoca preindustriale, ricostruendo come i cicli di raffreddamento globale abbiano influenzato guerre e crolli demografici nei secoli passati.
Il meccanismo individuato è preciso: il raffreddamento del clima riduceva la produzione agricola, che a sua volta causava un aumento dei prezzi, poi conflitti, poi carestie, e infine un calo della popolazione. In questo caso, non era la popolazione a determinare il clima, ma il clima a determinare la popolazione, attraverso una catena di eventi sociali ed economici.
Questa prospettiva storica ribalta l’intuizione più comune. Il rapporto tra ambiente e demografia funziona in entrambe le direzioni, e ridurlo a un unico senso di causa-effetto, dalla popolazione all’ambiente, ne coglie solo metà.
Certo, il contesto preindustriale descritto da questa ricerca è molto diverso da quello attuale: non c’erano combustibili fossili, tecnologie agricole moderne o sistemi commerciali globali capaci di attutire uno shock climatico locale. Ma il principio di fondo resta utile: il clima non è solo una conseguenza delle scelte umane, è anche una delle forze che ha sempre plasmato dove e quante persone possono vivere in una data regione, e continuerà a farlo, anche se attraverso meccanismi diversi da quelli del passato.
C’è anche un altro modo di guardare al problema, più orientato al futuro che al passato. Il concetto di “livelli di vita dignitosi”, proposto in un rapporto delle Nazioni Unite del 2023, definisce un insieme minimo di requisiti materiali e sociali: alloggio adeguato, nutrizione sufficiente, servizi igienici, accesso all’istruzione e alle tecnologie di comunicazione. La ricerca collegata a questo concetto suggerisce che garantire questi livelli minimi a tutta la popolazione mondiale attuale e futura sarebbe possibile con emissioni molto più basse di quelle attuali dei paesi ricchi, a patto di distribuire le risorse in modo più equo e di migliorare le tecnologie disponibili. In altre parole, il problema non è che ci sono troppe persone da sfamare e alloggiare, ma che il modello di consumo di una minoranza consuma le risorse necessarie per tutti gli altri.
Cosa serve davvero
Se la popolazione non è la leva principale, dove andrebbero concentrati gli sforzi? Le proiezioni sulla domanda globale di cibo offrono un primo indizio. Una meta-analisi che ha sintetizzato i risultati di 57 studi prevede che la domanda alimentare globale crescerà tra il 35% e il 56% entro il 2050, anche tenendo conto della stabilizzazione demografica prevista in molte regioni. Quando si aggiungono gli effetti del cambiamento climatico sulle rese agricole, l’intervallo si allarga fino al 30-62%. La popolazione a rischio di fame potrebbe variare tra un miglioramento del 91% e un peggioramento del 30%, a seconda degli scenari economici e climatici che si realizzeranno.
Questi numeri indicano una direzione precisa: anche in uno scenario di crescita demografica più lenta, la domanda di risorse continuerà ad aumentare, a meno che non cambino i modelli di produzione e consumo. La soluzione non passa dal controllo delle nascite, ma dalla trasformazione di tre ambiti concreti.
Il primo è il consumo, soprattutto nei paesi ad alto reddito, dove pochi individui pesano quanto intere popolazioni di paesi più poveri. Il secondo è l’energia, con una transizione dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili abbastanza rapida da limitare il riscaldamento globale. Il terzo è il modello economico, che deve smettere di misurare il progresso solo attraverso la crescita del prodotto interno lordo.
Le politiche climatiche che si concentrano soprattutto sulla crescita demografica nei paesi in via di sviluppo, in questo contesto, rischiano di puntare nella direzione sbagliata: quelle regioni, come mostra il caso africano, contribuiscono in modo marginale alle emissioni globali, mentre il grosso del problema resta concentrato altrove.
Per chi legge questi dati senza avere in mano leve di politica energetica o economica su scala nazionale, resta comunque un margine di scelta personale: i consumi individuali, sommati a quelli di milioni di altre persone nello stesso paese ad alto reddito, compongono buona parte di quel divario di 6-10 volte rispetto ai paesi a basso reddito. Non è un sostituto delle trasformazioni strutturali di cui parlano gli studi, ma nemmeno un dettaglio irrilevante, soprattutto se si somma a scelte collettive di voto e di pressione politica sui temi energetici e industriali.
Conclusione
I dati raccolti da studi su oltre mille regioni europee, sondaggi tra demografi, ricerche storiche e proiezioni future convergono su un punto: il declino demografico, da solo, non risolve il cambiamento climatico. L’invecchiamento della popolazione nei paesi ricchi potrebbe ridurre le emissioni fino al 20% nel lungo periodo, ma resta lontano da quanto servirebbe per centrare gli obiettivi climatici globali.
Il 10% più ricco della popolazione mondiale genera quasi la metà delle emissioni, mentre il 50% più povero ne genera poco più di un decimo. È questa distribuzione, più del numero assoluto di abitanti, a determinare l’impronta ambientale del pianeta.
Concentrare le politiche climatiche sul controllo delle nascite, soprattutto nei paesi che meno contribuiscono alle emissioni, distoglie attenzione e risorse dai tre ambiti che davvero pesano: consumo, energia e modello economico. I demografi europei, interrogati direttamente, lo confermano: la loro preoccupazione più grande per il clima non si traduce in fiducia nella riduzione della popolazione come soluzione.
Anche la storia, letta attraverso i dati paleoclimatici, ricorda che clima e popolazione si influenzano a vicenda, non in un’unica direzione. La domanda utile, allora, non è quante persone dovrebbero abitare il pianeta, ma come quelle persone, ovunque si trovino, useranno le risorse disponibili nei prossimi decenni.
Riferimenti bibliografici
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