Otto persone su dieci convivono, prima o poi, con un dolore alla schiena che non passa. Chi ne soffre da anni conosce bene il copione: antinfiammatori, fisioterapia, magari un’infiltrazione di cortisone. Il dolore si attenua per qualche settimana, poi torna. La lista dei tentativi si allunga, la pazienza si accorcia.
Negli ultimi anni una possibilità diversa ha guadagnato spazio negli ambulatori di ortopedia e medicina dello sport: il plasma ricco di piastrine, o PRP. Non è un farmaco esterno, ma una parte del sangue del paziente stesso, concentrata e reiniettata nei punti dove i tessuti della colonna sono danneggiati. Diversi studi pubblicati tra il 2022 e il 2025 hanno confrontato il PRP con le infiltrazioni di cortisone per ernie del disco, faccette articolari e radicolopatia, e i risultati raccontano una storia precisa: sollievo che dura mesi, non settimane. In questo articolo vediamo cosa dice davvero la ricerca, dove il PRP funziona meglio e quali limiti restano aperti.
Il plasma ricco di piastrine nasce da un prelievo di sangue del tutto ordinario. Il medico preleva un piccolo campione e lo mette in una centrifuga, un apparecchio che separa i componenti del sangue in base al peso. Il risultato è un liquido con una concentrazione di piastrine da tre a cinque volte superiore a quella del sangue normale. Le piastrine non servono solo a fermare le emorragie: una volta attivate, rilasciano oltre 300 molecole biologicamente attive, tra cui fattori di crescita che stimolano la riparazione dei tessuti, riducono l’infiammazione e favoriscono la formazione di nuovi vasi sanguigni.
Il principio è semplice: il corpo possiede già gli strumenti per guarire, ma spesso non li concentra in quantità sufficiente nel punto giusto. Prelevare, concentrare e reiniettare le piastrine significa portare una dose mirata di questi fattori di crescita esattamente dove i tessuti spinali sono danneggiati, invece di affidarsi alla loro presenza diluita nella normale circolazione.
Alla colonna vertebrale, questo cocktail biologico viene iniettato per affrontare quattro tipi di problemi molto diffusi.
Una revisione sistematica del 2023 ha raccolto i progressi degli ultimi anni sull’uso del PRP nelle patologie della colonna, confermando che ognuna di queste condizioni ha una causa meccanica e una componente infiammatoria. Il PRP agisce proprio su questo secondo fronte: non ricostruisce un disco erniato né corregge un’artrosi avanzata, ma può ridurre l’infiammazione locale, creare un ambiente più favorevole alla riparazione dei tessuti e, in molti pazienti, abbassare in modo duraturo l’intensità del dolore. È una differenza importante rispetto al cortisone, che agisce quasi solo come antinfiammatorio temporaneo senza stimolare alcuna riparazione. Chi soffre di questi disturbi da anni ha spesso già provato entrambe le strade, senza sapere che i due trattamenti seguono meccanismi biologici diversi e tempi di risposta diversi, come vedremo nel prossimo paragrafo.
I dischi intervertebrali funzionano come ammortizzatori tra una vertebra e l’altra: un nucleo gelatinoso circondato da anelli fibrosi resistenti. Con il tempo, o dopo un trauma, questa struttura perde acqua e si indebolisce. Gli studi di laboratorio mostrano che il PRP stimola le cellule del disco a produrre più collagene e proteoglicani, le molecole che ne formano l’impalcatura, e riduce l’attività degli enzimi che degradano il tessuto discale. Nei modelli animali, l’iniezione di PRP in dischi danneggiati ha migliorato l’aspetto del disco alla risonanza magnetica e rallentato la progressione della degenerazione.
Il meccanismo non si ferma al disco. Quando le piastrine concentrate raggiungono il tessuto danneggiato, i fattori di crescita si legano ai recettori delle cellule e attivano geni coinvolti nella riparazione. Le citochine antinfiammatorie contenute nel PRP riducono l’irritazione chimica che genera dolore, mentre i fattori che favoriscono la formazione di nuovi vasi sanguigni portano ossigeno e nutrienti a un tessuto, quello discale, che ne riceve naturalmente pochissimo.
Sulle radici nervose il ragionamento è simile. Un’ernia del disco o un becco osseo possono irritare meccanicamente e chimicamente il nervo, producendo il dolore che si irradia lungo la gamba tipico della sciatica. Alcuni fattori contenuti nel PRP sembrano attenuare questa infiammazione locale e creare un ambiente che favorisce il recupero della fibra nervosa danneggiata.
Sulle faccette articolari e sull’articolazione sacroiliaca, il principio ricorda quello già noto per il ginocchio o la spalla artrosici: le piastrine concentrate modulano la risposta immunitaria locale, riducono i mediatori dell’infiammazione e stimolano la rigenerazione della cartilagine danneggiata. Un paziente con dolore lombare cronico da artrosi delle faccette, per esempio, può ricevere un’iniezione ecoguidata direttamente nell’articolazione infiammata, con l’obiettivo di ridurre il dolore che peggiora con la torsione della schiena.
Un punto merita attenzione. Il PRP non compare mai negli stessi tempi del cortisone. Le infiltrazioni di steroidi agiscono in pochi giorni perché bloccano chimicamente l’infiammazione dall’esterno. Il PRP, al contrario, mette in moto un processo biologico che richiede settimane per manifestarsi, perché deve prima innescare la cascata di riparazione appena descritta. Chi si aspetta un sollievo immediato spesso resta deluso nella prima settimana, per poi notare un miglioramento più stabile a partire dal secondo o terzo mese.
Diversi studi clinici hanno testato il PRP iniettato direttamente nel disco danneggiato. Uno studio randomizzato ha confrontato iniezioni di PRP con iniezioni di solo mezzo di contrasto in 47 pazienti con dolore lombare discogenico cronico: il gruppo trattato con PRP ha mostrato miglioramenti significativamente maggiori nel dolore e nella funzionalità già a otto settimane, benefici che si sono mantenuti per un anno intero di controllo.
Un secondo studio ha messo a confronto PRP e cortisone per il dolore da disco. Entrambi i gruppi miglioravano nelle prime settimane, ma solo il gruppo PRP conservava il beneficio a lungo termine: a 60 settimane, questi pazienti riportavano ancora un miglior controllo del dolore e una qualità di vita superiore.
Una metanalisi del 2022, che ha raccolto i dati di 12 studi e 317 pazienti trattati con PRP intradiscale, ha confermato miglioramenti significativi del dolore rispetto al basale. Gli autori hanno però segnalato un limite importante: le immagini di risonanza magnetica non mostravano sempre un recupero strutturale visibile del disco. In altre parole, il PRP sembra alleviare il dolore più di quanto rigeneri realmente il tessuto discale danneggiato, e questa distinzione conta quando si valutano le aspettative di un trattamento.
Alcuni elementi chiave che emergono confrontando questi studi:
La combinazione tra PRP e tecniche chirurgiche mininvasive è un’altra strada esplorata di recente. Uno studio del 2025 ha descritto risultati incoraggianti associando la discectomia lombare endoscopica percutanea a un’iniezione di PRP per l’ernia del disco lombare, un approccio che affronta insieme la componente meccanica della compressione e quella biologica della guarigione.
Vale la pena aggiungere un dato che spesso sorprende i pazienti: nelle metanalisi a rete che confrontano PRP, cortisone e placebo per il dolore lombare cronico, la classifica dei trattamenti cambia completamente a seconda del momento in cui la si misura. A un mese, il cortisone vince quasi sempre. A sei mesi, la posizione si ribalta. Questo tipo di dato aiuta a spiegare perché, negli studi che si fermano a poche settimane di osservazione, il PRP appaia meno efficace di quanto sia in realtà.
Il dolore da artrosi delle faccette si tratta di solito con iniezioni di anestetico locale e cortisone, un intervento che funziona ma richiede ripetizioni periodiche man mano che l’effetto dello steroide si esaurisce. Per un paziente con dolore lombare che peggiora ogni volta che si piega o si gira, questo significa tornare in ambulatorio ogni pochi mesi, con un beneficio che si accorcia a ogni ciclo. Uno studio randomizzato pubblicato nel 2025 ha confrontato PRP e cortisone più anestetico su 76 pazienti con dolore lombare da faccette articolari. Entrambi i trattamenti riducevano il dolore nella fase iniziale, ma il gruppo PRP manteneva un beneficio migliore a sei mesi, con un miglioramento più marcato anche nei punteggi di disabilità e funzionalità.
La disfunzione dell’articolazione sacroiliaca produce un dolore profondo ai glutei o alla parte bassa della schiena che spesso viene scambiato per sciatica. Una revisione sistematica del 2025, che ha esaminato due studi randomizzati e tre studi osservazionali, ha rilevato risultati generalmente positivi: una singola iniezione di PRP riduceva in modo significativo il dolore per un periodo compreso tra sei e dodici mesi. Un’altra analisi ha confermato il beneficio, pur segnalando risultati meno netti di quanto inizialmente riportato, e ha chiesto studi randomizzati più ampi e in doppio cieco per definire protocolli ottimali.
I risultati, va detto con onestà, non sono sempre concordi. Uno studio ha trovato il PRP superiore al cortisone per il dolore sacroiliaco; un altro ha concluso l’esatto opposto. Le differenze nei criteri di selezione dei pazienti, nei protocolli di preparazione del PRP e nei metodi di misura dell’esito rendono difficile un confronto diretto tra ricerche condotte in centri diversi. La stessa revisione del 2025 classifica la qualità complessiva delle prove come bassa, secondo il sistema GRADE, il che significa raccomandazioni ancora deboli in attesa di studi più solidi.
Un capitolo a parte riguarda la fusione vertebrale, l’intervento chirurgico che unisce permanentemente due o più vertebre per eliminare un movimento doloroso o instabile. In circa un caso su quattro, l’innesto osseo non si salda correttamente, una complicanza chiamata pseudoartrosi che può richiedere un secondo intervento. Aggiungere PRP all’innesto sembrava una strada promettente, perché il PRP contiene fattori come le proteine morfogenetiche ossee, capaci in teoria di accelerare la formazione di nuovo tessuto osseo attorno all’innesto. Uno studio randomizzato su 50 pazienti ha registrato un tasso di fusione del 94% nel gruppo PRP contro il 74% nel gruppo di controllo, con una massa di fusione più ampia e tempi di consolidamento più brevi. Altri studi, però, non hanno trovato alcun vantaggio, e alcuni hanno perfino registrato tassi di fusione leggermente inferiori. Una revisione sistematica e metanalisi del 2020 ha concluso che le prove attuali restano insufficienti per raccomandare il PRP come pratica di routine nella chirurgia di fusione.
Questa variabilità non è un caso isolato e non riguarda solo la fusione vertebrale. Alcuni centri usano un PRP ricco di globuli bianchi, altri una versione più povera; alcuni attivano le piastrine prima dell’iniezione, altri le lasciano inattive fino al contatto con il tessuto. Ogni scelta cambia la composizione biologica del prodotto finale, e questo spiega buona parte delle differenze di risultato tra uno studio e l’altro, sia per la fusione ossea sia per il trattamento della radicolopatia con iniezioni epidurali, di cui parliamo nella prossima sezione.
Le infiltrazioni epidurali di cortisone sono da anni il trattamento standard per la radicolopatia: il farmaco viene iniettato nello spazio attorno alla radice nervosa infiammata, riducendo l’irritazione e il dolore che si irradia lungo l’arto. L’effetto però svanisce dopo settimane o mesi, e le iniezioni ripetute comportano rischi noti come l’aumento della glicemia, della pressione arteriosa e la riduzione della densità ossea.
Una metanalisi del 2025 che ha analizzato gli studi randomizzati disponibili ha trovato che il PRP epidurale offre benefici paragonabili al cortisone nella gestione della radicolopatia, con un profilo di sicurezza simile ma un vantaggio nel controllo del dolore a lungo termine. Un’altra revisione, pubblicata a gennaio 2025 su sette studi e 416 pazienti, ha misurato il dolore e la disabilità a più intervalli di tempo: i risultati a breve termine erano comparabili tra i due trattamenti, ma quelli a lungo termine, oltre i sei mesi, favorivano il PRP.
Uno studio randomizzato su 50 pazienti con dolore lombare cronico e radicolopatia ha confrontato iniezioni caudali di PRP e cortisone: a un mese entrambi i gruppi miglioravano, ma a sei mesi il gruppo PRP manteneva il beneficio mentre nel gruppo cortisone il dolore era tornato ai livelli di partenza. Una revisione sistematica del 2022 su 12 studi ha confermato lo stesso schema: sollievo del dolore uguale o superiore rispetto al cortisone, con effetti che in alcuni casi duravano dai 12 ai 24 mesi. Gli autori hanno però segnalato una certezza delle prove molto bassa, per il rischio di distorsioni negli studi disponibili: un motivo in più per aspettarsi ulteriori conferme nei prossimi anni, non per scartare i dati già raccolti.
Sul fronte della sicurezza, il PRP ha un vantaggio strutturale: derivando dal sangue dello stesso paziente, elimina il rischio di reazioni allergiche o di trasmissione di malattie. Una revisione del 2023 sui dati di sicurezza raccolti in più studi sulla colonna non ha trovato complicanze gravi come danni ai nervi, infezioni del disco o lesioni del midollo spinale. I disturbi più comuni restano dolore, arrossamento e rigidità nel punto di iniezione, che si risolvono da soli in pochi giorni. Alcuni pazienti percepiscono anche un aumento temporaneo del dolore nelle prime 24-48 ore, segno della risposta infiammatoria iniziale che il trattamento stesso innesca.
Chi soffre di diabete o osteoporosi, e per questo deve limitare l’esposizione ripetuta al cortisone, trova nel PRP un’alternativa che evita del tutto questi effetti sistemici. Resta però un limite pratico da conoscere: la mancanza di uno standard condiviso nella preparazione del PRP rende difficile prevedere in anticipo quale paziente risponderà meglio, e i costi, non sempre coperti dalle assicurazioni sanitarie, variano molto a seconda del numero di infiltrazioni necessarie.
Un altro studio, su pazienti seguiti con iniezioni transforaminali mirate a una specifica radice nervosa sotto guida radiografica, ha confrontato PRP e cortisone a un anno di distanza senza trovare differenze significative tra i due gruppi. Questo risultato conta più di quanto sembri: se il PRP funziona quanto il cortisone anche nel breve periodo, un paziente che deve ripetere più infiltrazioni nel tempo può scegliere l’opzione che evita l’esposizione ripetuta allo steroide, senza rinunciare all’efficacia. Non è un dettaglio da poco per chi convive con un dolore che si ripresenta ogni pochi mesi e che, con il cortisone, porta con sé anche il rischio cumulativo sugli effetti metabolici e sull’osso.
Il quadro che emerge dagli studi degli ultimi anni è coerente su un punto preciso: per il dolore da disco, da radicolopatia, da faccette articolari o da articolazione sacroiliaca, il PRP tende a offrire un sollievo che arriva più lentamente del cortisone ma dura più a lungo, spesso tra i 12 e i 24 mesi contro le poche settimane dello steroide. Per la fusione vertebrale, invece, le prove restano contraddittorie e non permettono ancora raccomandazioni chiare.
Il profilo di sicurezza gioca a favore del PRP: derivando dal sangue del paziente, non espone al rischio di reazioni allergiche né agli effetti metabolici e ossei del cortisone ripetuto nel tempo. Chi soffre di diabete, osteoporosi o ha già esaurito i benefici delle infiltrazioni steroidee trova qui un’alternativa concreta, non una promessa vaga.
Il PRP non sostituisce la fisioterapia, il rinforzo della muscolatura del tronco o la correzione della postura: resta un tassello di un percorso di cura, non una soluzione isolata. Chi convive con un mal di schiena che non passa da tempo può discuterne con il proprio specialista, valutando insieme quali infiltrazioni ha già provato e quali dati della letteratura si applicano al proprio caso specifico.
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