Nel gennaio 2013 il programmatore italiano Alberto Brandolini ha scritto una frase su Twitter, subito dopo aver guardato un dibattito televisivo tra Silvio Berlusconi e il giornalista Marco Travaglio. La frase diceva: l’energia necessaria per smentire una bufala è di un ordine di grandezza superiore a quella richiesta per produrla. Oggi la conosciamo come Legge di Brandolini, o principio dell’asimmetria della bufala. È un’osservazione informale, ma i dati raccolti negli ultimi dieci anni la confermano con una precisione che Brandolini stesso, probabilmente, non si aspettava.
Un dato del MIT che misura l’asimmetria
Nel 2018 tre ricercatori del MIT, Soroush Vosoughi, Deb Roy e Sinan Aral, hanno pubblicato su Science uno studio che ha analizzato circa 126.000 storie vere e false diffuse su Twitter tra il 2006 e il 2017, coinvolgendo circa 3 milioni di persone e oltre 4,5 milioni di condivisioni. Il risultato: le notizie false hanno raggiunto più persone della verità, si sono diffuse più in fretta, più in profondità e più ampiamente in ogni categoria di informazione, con un effetto ancora più marcato per le notizie politiche false. Le storie false erano anche più “nuove”, cioè più sorprendenti, e questo spiega parte del motivo per cui le persone le condividono con più entusiasmo.
Un dettaglio interessante: mentre le notizie vere raramente superavano le 1.000 persone raggiunte, l’1% delle cascate di notizie false toccava tra 1.000 e 100.000 persone. Non stiamo parlando di una differenza marginale, ma di un ordine di grandezza, esattamente come aveva intuito Brandolini senza avere accesso a nessun dato.
Perché una correzione non basta
Sapere che qualcosa è falso non significa smettere di crederci. Questo è il punto centrale di una revisione pubblicata nel 2012 su Psychological Science in the Public Interest da Stephan Lewandowsky e colleghi, oggi uno dei testi più citati sulla psicologia della disinformazione. Gli autori descrivono il “continued influence effect”: anche dopo una smentita chiara, le persone continuano a usare l’informazione sbagliata nei loro ragionamenti, perché il cervello preferisce un modello mentale completo, anche se falso, a uno con un buco dentro.
Questo spiega perché limitarsi a dire “non è vero” funziona così poco. Serve un’alternativa plausibile che riempia lo spazio lasciato dalla bugia. Se qualcuno crede che un aereo scomparso sia stato dirottato, dirgli semplicemente “non è stato dirottato” lascia una domanda aperta nella sua testa. Offrirgli una spiegazione alternativa concreta funziona molto meglio.
La bufala nella scienza, non solo sui social
Nel 2016 lo psicologo Brian Earp ha pubblicato un saggio, poi ripreso dal blog di etica medica del BMJ e da Practical Ethics dell’Università di Oxford, intitolato “The Unbearable Asymmetry of Bullshit”. Earp applica la legge di Brandolini direttamente alla ricerca scientifica: esistono pubblicazioni che sembrano solide, ben argomentate, sostenute da dati, ma che non reggono a un esame attento. Earp le chiama bullshit scientifico, non perché siano bugie deliberate, ma perché hanno l’aspetto della verità senza averne la sostanza.
Il problema, scrive Earp, è che smontare una di queste pubblicazioni richiede competenza tecnica, tempo e pazienza, mentre produrla richiede solo la volontà di ignorare i limiti del proprio metodo. Per questo propone che affrontare questa asimmetria diventi una priorità per l’etica della pubblicazione scientifica, non un problema secondario da lasciare a pochi revisori pazienti.
Riquadro — Il Gish Gallop
Una tecnica retorica citata spesso insieme alla legge di Brandolini è il “Gish Gallop”: presentare tanti argomenti deboli o falsi in rapida successione, così che l’avversario non abbia tempo di confutarli tutti in un dibattito. Ogni punto richiede pochi secondi per essere detto e minuti per essere smontato correttamente.
Perché la bufala persuade anche senza prove
Nel 2021 lo psicologo sociale John Petrocelli, della Wake Forest University, ha pubblicato sul British Journal of Social Psychology uno studio su quello che lui chiama “bullshitting”: comunicare con scarso o nessun riguardo per la verità, non necessariamente mentendo, ma senza controllare se quello che si dice sia fondato. Nei suoi esperimenti, un discorso costruito così può risultare persuasivo quanto uno basato su prove reali, soprattutto quando gli argomenti veri disponibili sono deboli.
Questo dato aiuta a capire perché la legge di Brandolini funzioni così bene sui social media. Chi diffonde una bufala non ha bisogno di controllare nulla, gli basta un tono sicuro. Chi vuole smentirla deve invece verificare le fonti, controllare i dati, e spesso il risultato finale suona meno sicuro, più cauto, meno “virale” del post originale. La differenza di sforzo non è solo tecnica, è anche di stile comunicativo.
Un esempio pratico dalla clinica ortopedica: capita spesso di leggere online che un integratore o una terapia “rigenera la cartilagine in poche settimane”. Verificare questa affermazione richiede leggere studi clinici, controllare le dimensioni del campione, il follow-up, i conflitti di interesse. Chi ha scritto il post originale ha impiegato trenta secondi.
Cosa si può fare, concretamente
Nel 2016 il ricercatore climatico Phil Williamson ha scritto su Nature un breve intervento in cui invita gli scienziati a impegnarsi attivamente contro la disinformazione online, invece di ignorarla sperando che sparisca da sola. Propone, tra le altre cose, che la comunità scientifica costruisca sistemi di valutazione condivisi per i siti che parlano di scienza, in modo da rendere visibile la differenza tra fonti affidabili e fonti che non lo sono.
Questo non elimina l’asimmetria descritta da Brandolini, ma la rende più gestibile. Alcune strategie pratiche che emergono dalla ricerca:
La legge di Brandolini non dice che la battaglia contro la disinformazione sia persa. Dice che va combattuta sapendo in anticipo quanto costerà, e organizzandosi di conseguenza.
Chi lavora in campo medico, come chi scrive, incontra questa asimmetria ogni settimana: un titolo allarmante o una promessa miracolosa richiede secondi per essere scritta e condivisa, mentre spiegare cosa dicono realmente gli studi richiede tempo, pazienza e, spesso, una buona dose di pazienza in più con chi non vuole sentirlo.
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